Il Secolo XIX del 5 ottobre ha pubblicato un’intervista a Francesca Recine, presidente nazionale Fismo Confesercenti, per la rubrica “Donne di potere” nella quale la giornalista Gilda Ferrari raccoglie storie di autorevoli professioniste che a Genova, lontano dalla ribalta pubblica, esercitano una qualche forma di potere economico, politico, religioso, sociale o culturale.
Di seguito la trascrizione:
Francesca Recine: «La forza delle donne? Sanno correre rischi, crescere e reinventarsi»
La presidente nazionale della Federazione italiana moda: «Ho fatto la gavetta»
«Nel mio settore il digitale è un’opportunità declinata soprattutto al femminile»
Non si diventa presidente di un’associazione nazionale di categoria per caso, ma a volte si comincia per caso. È successo a Francesca Recine, oggi leader delle 24.500 imprese associate alla Fismo, la Federazione italiana del settore moda di Confesercenti: vent’anni fa era una studentessa di Scienze della formazione, tra uno stage a Palazzo Spinola e un weekend trascorso a dare una mano al fidanzato che aveva aperto, a Genova, un punto vendita di un marchio spagnolo di abbigliamento da safari e viaggi. Da lì, la sua è stata una storia di apprendimento continuo: la scuola spagnola di un franchising, il secondo negozio al femminile, la scalata dentro l’associazione. Soprattutto, è la storia di ciò che lei stessa definisce «la capacità delle donne di diventare, imparare, crescere».
Com’è cominciata?
«Il mio allora fidanzato, oggi marito, aprì a Genova un franchising spagnolo, Coronel Tapioca, in grande espansione in Italia. Era una catena di negozi che insegnava tutto: il mio know-how lo devo a loro. Si andava a Madrid più volte l’anno per settimane di formazione che, per il commercio italiano di 26 anni fa, erano all’avanguardia».
Quanti anni aveva?
«Ventitré, mi stavo laureando in Scienze della formazione. Corrado mi chiese: “Perché nel weekend non vieni a darmi una mano ogni tanto?”. Mi sono trovata sul campo per caso ed è nata una passione. Era un negozio di abbigliamento e accessori per safari e viaggi, quasi solo articoli maschili».
Come sono gli uomini genovesi nello shopping?
«Divertenti. Non sono vanitosi, però ci tengono».
Poi è arrivato il secondo negozio, questa volta di abbigliamento femminile.
«Dopo dieci anni di franchising è nato il nostro brand: ci sentivamo pronti. Nel frattempo ero entrata in Confesercenti, che mi apriva gli occhi sul mondo del commercio. Credo nei negozi di tradizione, ma anche nel digitale: il progresso non va mai negato, va abbracciato e sfruttato nel migliore dei modi».
Meglio l’uomo o la donna, come cliente?
«La donna. Per l’uomo, l’acquisto di una camicia è complesso quanto una scelta di vita. Noi donne vediamo una cosa in vetrina, entriamo e la proviamo, senza sapere come ci starà, correndo il rischio di uscire dal camerino sentendoci inadeguate. Sembra una sciocchezza, ma dimostra la nostra capacità di rischiare, il nostro coraggio».
E come collega di lavoro?
«Ho due fratelli maschi più grandi: trovo che nella mescolanza ci sia la ricetta vincente. Ma con le donne, quando c’è empatia, la velocità di intesa non ha pari».
Mi racconti del suo percorso associativo: gavetta?
«Sì, sono andata per gradi. Comincio come presidente del Civ di via Luccoli, la mia seconda famiglia. Lì capisco che il mio lavoro è legato al territorio. Confesercenti mi ha proposto di diventare presidente Fismo, la Federazione italiana del settore moda, prima per la provincia di Genova, poi regionale e vicepresidente nazionale. Da marzo sono presidente nazionale».
Cosa distingue la leadership femminile da quella maschile, a suo avviso?
«Rispetto agli uomini, rilevo una maggiore elasticità. Il digitale, davanti al quale non abbiamo potuto dire di no, nel mio settore è decisamente in mano alle donne. Ci siamo arrivate agilmente. Senza nulla togliere agli uomini, la stragrande maggioranza dei colleghi digitali è donna. La “capacità di diventare” è un punto di forza delle signore. L’ho vissuta anch’io: sono nata commerciante e sono diventata guida nazionale del settore, ho dovuto imparare la diplomazia, la legislazione, la comunicazione».
Le principali nemiche delle donne sono le donne?
«Falso. Con le donne, quando non si va d’accordo le strade si separano. Di sgambetti dalle donne non ne ho mai ricevuti, mentre nei gruppi maschili sì, ho trovato dinamiche molto più complesse».
Cosa le ha insegnato avere due fratelli maggiori?
«Mi ha insegnato che i maschi hanno le loro fragilità. Uomini e donne sono meno diversi di quanto si pensi».
Discriminazioni in casa?
«Mai. Ma si dava per scontato che io, essendo donna, ce l’avrei fatta, mentre i miei fratelli andavano aiutati di più. Mio papà è mancato quando avevo cinque anni. Siamo stati una famiglia a conduzione femminile».
Sposata, una sola figlia.
«L’ho avuta tardi, a 37 anni. La maternità era una paura che ho superato. Ho scoperto che si può diventare mamma anche senza averlo sempre sognato».
Il genovese è progressista o tradizionalista con la donna che lavora?
«La praticità dell’uomo genovese lo porta a essere lieto nel sapere che la donna porta un reddito a casa: vede il lato utile, quindi per lui giusto».
Le genovesi hanno un’attitudine al potere?
«Di sicuro hanno le spalle larghe. Il nostro è un territorio in cui le donne, compagne dei naviganti, vivevano mesi in autonomia occupandosi di casa e figli, spesso lavorando anche. Gestivano i soldi e le persone, la mancanza e i sentimenti. Da sole».
(crediti Il Secolo XIX del 5/10/2026)
